Ogni giorno milioni di donne in tutto il mondo sono vittime di violenza domestica, e sono numeri preoccupanti che non possono essere ignorati. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità quasi un terzo delle donne che hanno avuto una relazione dichiara di aver subito una qualche forma di violenza sessuale o fisica da parte del proprio partner nel corso della propria vita. Quasi il 40% delle donne che vengono uccise del mondo sono vittime del loro partner.
Il numero globale di femminicidi è in aumento, e il 2019 ha visto un’ondata di proteste contro la violenza domestica in tutto il mondo. Lo scorso settembre, si sono tenute manifestazioni in tutta la Spagna dopo che 19 donne sono state uccise dall’ex partner o dal partner. A ottobre è stato inscenato un “die-in” a Parigi, per protestare contro la morte di più di 120 donne in Francia dall’inizio di quest’anno, tutte vittime di violenza domestica. In Russia continuano le proteste da quando alcune forme di violenza domestica sono state depenalizzate nel 2017.
È importante sottolineare il fatto che la violenza domestica ha molte forme: comprende la violenza fisica, sessuale, psicologica, ma anche il comportamento coercitivo, il controllo ossessivo o la privazione dell’indipendenza economica. In occasione della Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne delle Nazioni Unite, il 25 novembre, tre donne da diverse parti del mondo (Regno Unito, Kenya e Palestina) hanno raccontato le loro storie di violenza domestica.
*Hannah, 36 anni, dal Regno Unito, ha subito violenza domestica da parte di quello che è oggi l’ex marito per più di 4 anni. L’uomo è stato condannato con la sospensione della pena all’inizio del 2019.
«All’inizio erano piccole cose. Mi chiedeva «Che ti sei messa? Cosa fai? Con chi stai parlando?», e poi mi diceva: «Non vestirti così, non fare questo, non parlare con queste persone». Poi la violenza è diventata fisica, ma lui si scusava sempre, dopo, «Mi dispiace tantissimo, non so cosa mi abbia preso, ti amo». A volte me ne andavo, e a un certo punto sono andata in una casa di accoglienza per donne e bambini vittime di violenza. Ma poi tornavo da lui, e alla fine abbiamo deciso di sposarci. Il giorno del matrimonio ha provato a strangolarmi. E persino in quel momento ho pensato, «Devi andare avanti, ormai sei qui».
«Ha continuato a essere violento anche dopo il matrimonio. Quando sono rimasta incinta di mio figlio, a un certo punto non ne potevo più e sono andata via. Lui è impazzito, continuava a telefonarmi, era molto offensivo. Ci siamo riconciliati e ho avuto il bambino. Ma le cose non sono cambiate. A un certo punto gli ho detto. «Non toccarmi, smettila di comportarsi così», e lui mi ha risposto. «Sei mia moglie, posso fare quello che voglio». «Sono tornata a lavorare quando il bambino aveva solo pochi mesi. Mi hanno fatto fare un corso di formazione sulla violenza domestica che si chiamava The Freedom Programme. E in quel momento si è accesa una lampadina. Mi ricordo che sono scoppiata a piangere, era di mio marito che stavano parlando, ero sconvolta. Avevo negato l’evidenza, avevo visto la violenza domestica intorno a me fin da bambina, e pensavo fosse normale».
«Dopo che sono andata via lui ha cominciato a tormentarmi e a perseguitarmi. Ero terrorizzata. Una volta mi ha seguita a casa dal lavoro e sono finita in ospedale con una ferita alla testa. Alla fine lo hanno arrestato, lo hanno condannato con la condizionale e gli hanno dato un ordine restrittivo di dieci anni.
«Sono andata in terapia per molti anni dopo aver lasciato mio marito. Dopo tutto quello che ho passato soffro di disturbo da stress post-traumatico, ho attacchi di panico. Ma da quando il mio ex marito è stato condannato mi sento più stabile. Ora posso usare la mia esperienza personale per aiutare altre donne che subiscono violenza domestica».
*Ruth, 36 anni, dal Kenya, ha subito violenza domestica per 5 anni. Adesso ha sporto denuncia per ottenere un ordine restrittivo nei confronti del marito con l’aiuto di FIDA Kenya, organizzazione affiliata a Womankind Worldwide.
«Mio marito ed io siamo stati sposati per nove anni. Ha iniziato a comportarsi in modo violento cinque anni fa, quando ha cominciato a bere. Arrivava a casa ubriaco, mi insultava davanti ai bambini e poi cominciava a picchiarmi. Io me ne andavo di casa con i bambini, ma poi lui veniva da me, e si scusava, i suoi genitori venivano a scusarsi anche loro, e a dirmi che lui era migliorato, e allora tornavo a casa. Ma fingeva davanti a me, davanti ai miei genitori, davanti ai miei amici. E quando tornavamo a casa, ricominciava a essere violento.
«Quando ho lasciato la casa di famiglia per l’ultima volta, ero incinta di cinque mesi. Mio marito è tornato a casa ubriaco, ha iniziato a picchiarmi e spaccare tutto. Mi ha colpito sulla fronte con una sbarra di metallo. Poi ha preso un coltello e davanti ai bambini ha detto che ci avrebbe uccisi tutti e che poi si sarebbe ammazzato. Siamo riusciti a scappare. Sono dovuta andare in ospedale, mi hanno messo 5 punti sulla fronte».
«Oggi sono all’ottavo mese e vivo da sola con gli altri miei due figli. Lui di notte viene fuori dalla nostra nuova casa e sbatte i pugni sul cancello per due ore e poi se ne va. Ho paura, non sai mai che cosa avrà in mente. Ho paura che possa venire qui e ammazzarci tutti».
«Dal punto di vista economico sono io l’unica responsabile, è stata davvero dura. I miei figli sanno tutto quello che è successo, perché tutto quello che mi ha fatto lo ha fatto davanti a loro. Ho sporto denuncia alla polizia e sto aspettano di andare in tribunale».
«Racconto la mia storia perché spero di incoraggiare le altre donne a reagire e ad andare avanti con loro vita».
*Maha, 22 anni, dalla Palestina, ha subito violenza domestica da parte del padre fin da piccola. Ha ricevuto il sostegno della Palestinian Family Planning and Protection Association (PFPPA).
«Ricordo che mio padre ha cominciato a picchiare me e le mie sorelle quando eravamo ancora molto piccole. Anche mia madre e mio padre litigavano, era sempre arrabbiato, e controllava il denaro che spendevamo. A quel tempo lo giustificavo, fa così perché è stressato per il lavoro, mi dicevo».
«Le cose sono peggiorate quando mi hanno bocciata all’esame finale alle superiori. Volevo rifare l’esame ma lui ha detto che se l’avessi fatto avrebbe sposato un’altra donna. E voleva che io mi sposassi, invece di continuare a studiare. Mio padre aveva già in mente di risposarsi, ma quando ho detto che volevo rifare l’esame ha usato questa cosa come scusa. A quel punto è diventato più violento con me e con mia mamma. E poi non ci ha dato più nessun aiuto economico».
»Quando ho rifatto l’esame finale mio padre ha cercato di farmi sposare con un uomo che non conoscevo. Avevo paura che la mia storia si ripetesse, che anche i miei figli avrebbero passato quello che ho passato io. Un’amica mi ha consigliato di andare alla Palestinian Family Planning and Protection Association, dove sono stata aiutata da un’assistente sociale che mi ha aiutata a evitare il matrimonio, e mi ha dato un grande aiuto grazie alle sedute di counselling».
«Poi sono entrata anche nel programma della PFPPA che aiuta le donne a raggiungere l’indipendenza economica, e grazie a loro sono riuscita a frequentare un corso di fotografia e a comprare la mia attrezzatura. Oggi lavoro in uno studio fotografico e sono economicamente indipendente. Mi hanno aiutato a capire che fuori c’è un mondo diverso».
«Voglio raccontare la mia storia perché ci sono tante giovani donne vittime di violenza, spesso in situazioni ben peggiori della mia. Voglio che le ragazze capiscano che non devono restare in silenzio. E credo che chiunque abbia un sogno, debba combattere per realizzarlo».