Non diversamente da quanto accade oggi, vi è da sottolineare il fatto che la ragazza inizialmente tenne per sé il segreto della violenza subita e questo perché c’era una legge dell’epoca che permetteva di estinguere il reato di stupro con un matrimonio riparatore.
A questo proposito la pittrice divenne destinataria di promesse vane e false da parte di Agostino Tassi. Il suo aggressore le promise infatti ciò che non poteva mai avvenire, perché già sposato.
Il processo per violenza carnale venne a quel punto indotto dal padre della ragazza, proprio dopo aver saputo di questa impossibilità “riparatrice”.
Nonostante Artemisia Gentileschi fosse riuscita con coraggio a dimostrare quanto aveva subito, ottenendo anche una condanna per il suo aggressore, le conseguenze non furono facili.
Non bastò infatti la sua parola per certificare l’effettiva realtà dei fatti. Dovette sottoporsi a umilianti procedimenti, anche vere e proprie torture fisiche, alle quali non si sottrasse, dimostrando la veridicità di quanto sosteneva.
Dalle fonti emerge inoltre che furono create ad hoc delle false testimonianze per denigrarla, tristi voci che pesarono molto su di lei.
La costruzione di un’immagine di donna “tentatrice”, “dai facili costumi” si insinuò nell’opinione pubblica dell’epoca, incline a vedere quello che succedeva con gli occhi velati dai pregiudizi, senza guardare realmente.
La pittrice ha affrontato a testa alta il processo e le sue conseguenze, vincendo il tentativo di subordinazione grazie alla sua luminosa successiva carriera di pittrice.
Di certo il suo valore è incrementato per essere riuscita ad affrancarsi dall’autorità maschile, anche paterna. Ha affermato la sua persona come artista, in barba a chi aveva tentato di denigrarla, intimamente e socialmente.